27 Ottobre
Tutto è iniziato quando l'aria ha cominciato a farsi fredda davvero. Era il 27 ottobre 2024. Me lo ricordo perché avevo addosso quel maglione troppo leggero e lui mi guardava come se fossi l’unica cosa calda in mezzo a tutto quel grigio. Lui era più grande, lo si capiva da come occupava lo spazio, da come muoveva le mani. Aveva quella sicurezza di chi ha già sbagliato tutto e pensa di non poter più essere sorpreso dalla vita. E io, invece, ero lì a farmi sorprendere da lui.
All'inizio era tutto elettrico. Poi sono arrivati i primi silenzi, quelli che non sapevo come riempire. Abbiamo iniziato a lasciarci quasi subito, come se volessimo testare quanto elastico fosse il filo che ci teneva uniti. Una volta per un messaggio letto male, una volta perché lui era sparito per una notte intera, un’altra ancora perché io non sopportavo il modo in cui mi guardava dall'alto in basso, con quell'esperienza che usava come uno scudo.
Poi è successo. Quello che tutte temono e che io pensavo non potesse toccarci, perché "noi eravamo diversi". Il tradimento. Non è stata solo un'altra donna, è stata la consapevolezza che mentre io costruivo una casa, lui stava lasciando le porte aperte per chiunque passasse di lì. Mi ha spezzato qualcosa dentro che non si è più rimesso a posto bene. È come un osso rotto che guarisce storto: ogni volta che piove, fa male.
Eppure, eccoci qui. Litighiamo per ogni sciocchezza. Per come guida, per quello che mangio, per il fatto che non mi fido più. Non andiamo d'accordo su nulla, siamo due mondi che si scontrano ogni benedetto giorno. Ma quando la sera si mette accanto a me e mi poggia la mano sulla spalla, tutto quel rumore si spegne. È un amore malato? Forse. È un amore che mi consuma? Sicuramente. Ma quando mi guarda, sento ancora quel 27 ottobre nelle ossa. Sento che, nonostante tutto lo schifo che ci siamo tirati addosso, siamo gli unici due sopravvissuti a un naufragio che abbiamo causato noi stessi.
Non so dove andremo. So solo che ogni volta che me ne vado, faccio un giro immenso solo per tornare davanti alla sua porta. Perché scappare è facile, ma restare in questo inferno richiede un coraggio che solo chi ama da morire può avere.
Riallociare i pezzi dopo quel 27 ottobre è stato come cercare di montare un mobile senza istruzioni. Jonathan ha iniziato a fare passi da gigante: non sparisce più per intere notti, mi chiama quando stacca da lavoro, usa parole che profumano di un futuro che prima non osava nemmeno nominare. Eppure, il fatto che ognuno torni a casa propria è diventato il mio tormento.
Il "segreto" tra noi non è più un’altra donna, ma la distanza che percorro io in auto per tornare a casa mia, lasciandolo in quella sua stanza che non mi appartiene del tutto.
Tabata, stasera resto a casa, sono stanco," mi dice al telefono con una voce dolce, quasi stanca davvero.
E io, dall'altra parte della città, inizio a calcolare. Guardo l'ora. Controllo se è online su WhatsApp. Se non risponde entro tre minuti, la mancanza di fiducia smette di essere un sentimento e diventa un dolore fisico, un nodo in gola che mi impedisce di deglutire. Jonathan sta cercando di cambiare, lo vedo da come mi guarda, da come accetta le mie scenate senza più rispondermi dall'alto in basso. Ma il "nuovo Jonathan" deve combattere contro il fantasma di quello vecchio, e io non gli rendo la vita facile.
L'altra sera sono passata sotto casa sua senza avvisare. Non volevo controllarlo, o forse sì. Le luci erano spente. Il mio cuore ha mancato un colpo. Ho pensato: Ecco, è successo di nuovo. Mi ha mentito.
Stavo per scrivergli un messaggio d'odio, uno di quelli che distruggono settimane di tregua, quando il portone si è aperto. Jonathan è uscito in tuta, con un sacchetto della spazzatura in mano e l'aria di chi ha appena dormito due ore sul divano.
Mi ha vista. È rimasto immobile. In quel momento ho visto nei suoi occhi non la rabbia, ma una stanchezza infinita.
"Tabata, sei qui per controllare se ci sono davvero?" ha chiesto, senza cattiveria, ma con una tristezza che mi ha schiacciata.
"No, io... passavo di qui," ho mentito, sentendomi piccolissima.
Mi ha preso la mano e mi ha portata verso la sua macchina. Ha aperto il cruscotto e ha tirato fuori un mazzo di chiavi con un portachiavi di cuoio nuovo di zecca.
"Non volevo dirtelo così. Sto cercando di chiudere il contratto per quel bilocale vicino al centro. Quello con il terrazzino che ti piaceva. Volevo fosse il mio modo per dirti che non voglio più questi portoni chiusi tra di noi. Voglio che la tua casa sia la mia."
Era quello che sognavo dal 27 ottobre. Eppure, guardando quelle chiavi, ho provato un brivido di terrore. Se andiamo a vivere insieme, non avrò più scuse o imparo a fidarmi, o finiremo per bruciare vivi sotto lo stesso tetto.
La convivenza non è stata il rifugio che speravo. Jonathan è un cantante, e il suo mondo è fatto di orari invertiti: furgoni che partono all'alba, soundcheck infiniti e quella scarica di adrenalina che prova ogni volta che sale sul palco. Il momento più critico è stato durante il tour, specialmente per la sua data a Milano. Lo vedevo sotto le luci accecanti, circondato dall'amore di centinaia di persone, e io tra il pubblico mi sentivo invisibile. La mia mancanza di fiducia era diventata un rumore bianco: ogni volta che lo vedevo sorridere a una fan o sparire nel backstage, la ferita di quel primo 27 ottobre ricominciava a bruciare. "Tabata, basta!" mi ha urlato una sera, tornando a casa dopo il concerto milanese. Era esausto, con l'odore di fumo e palco addosso. "Sono cambiato. Sto lavorando per noi, e tu mi tratti come un criminale. Mi stai soffocando." Jonathan ha iniziato a staccarsi. Non per mancanza d'amore, ma per sopravvivenza. Si chiudeva in studio a scrivere, e io restavo sola in cucina a contare i suoi minuti di ritardo. Sentivo che lo stavo perdendo davvero, stavolta non per un tradimento, ma per la mia paura di lasciarlo libero.
Eravamo al limite. Una mattina l'aria era gelida e la valigia di Jonathan era di nuovo aperta sul letto, pronta per un'altra partenza. Non ci parlavamo da due giorni. I suoi movimenti erano meccanici, distanti, come se avesse già deciso che "noi" non funzionavamo più. "Jonathan," l'ho chiamato. La mia voce era un filo sottile. Lui non si è girato: "Tabata, se devi farmi le solite domande, risparmiatele. Non ho più forza per difendermi." Mi sono avvicinata e gli ho preso la mano, costringendolo a fermarsi. Gli ho messo tra le dita un piccolo involucro bianco. Lui lo ha guardato con confusione, poi i suoi occhi sono scattati nei miei. "Speravi di chiamarlo così, no? Se fosse stato un maschio," ho sussurrato. Lui ha fissato il test positivo, poi me. In quel momento, il cantante sicuro di sé, l'uomo che scappava dai miei dubbi, è sparito. È rimasto solo Jonathan.
"Ilay..." ha pronunciato quel nome come se fosse la prima nota di una canzone mai scritta. Quell'annuncio è stato il nostro punto e a capo. Siamo maturati insieme a lui, crescendo tra i pannolini e le chitarre acustiche. Jonathan ha capito che la sua musica più bella non era quella dei tour a Milano, ma il respiro di Ilay nel cuore della notte. E io ho capito che per amare davvero, dovevo smettere di controllare le ombre. Oggi, quando lo sento cantare una ninna nanna, so che quel 27 ottobre non era la fine, ma l'inizio necessario. Il resto è storia.